JulioCesarFans.com pubblica in esclusiva la versione integrale dell'intervista a Julio Cesar pubblicata oggi sulla Gazzetta dello Sport
In assoluto,vedere Julio Cesar arrabbiato è cosa piuttosto rara: beh,ce l’hanno fatta. Lunedì sera dopo Brasile-Cile il portiere - prima volta assoluta in un mese di ritiro - ha attraversato senza spiccicare una parola la selva di giornalisti brasiliani in attesa di quelle dichiarazioni che già Dunga centellina con il contagocce. Lo ha fatto per protesta. Perché, Julio? Lo sfogo arriva in fondo a quel serpentone umano che popola la zona mista dei dopo partita della Seleçao: l’avevano messo in mezzo una volta di troppo. «E senza un vero motivo: io quando ho il permesso di parlare, parlo sempre con tutti: mi fermo a chiacchierare, rispondo, spiego. Però, da come sono andate poi le cose nei giorni scorsi, mi pare che non serva a nulla».
«Comunque finirà in Sudafrica, tornerò con la voglia di vincere tutto dalla Supercoppa al resto. E’ l’eredità che ci ha lasciato Mourinho»
Vogliamo ricapitolare? Prima sono stati spesi milioni di parole sul suo infortunio alla schiena.
«Nella seconda amichevole premondiale ho preso una botta proprio lì dove ho una protrusione discale: cosa vecchia, e poi mica era la prima volta. Mi sono riposato, mi è passato il dolore. Però qualcuno che non sapeva che altro scrivere, ha detto addirittura che tutto dipendeva da una vecchia operazione: non sono mai stato operato in vita mia, alla schiena».
Poi il litigio con Luisao durantel’allenamento.
«Certo, peccato che stavamo solo scherzando, facendo finta di metterci le mani addosso: ma quelli sono stati gli argentini, sperando di metterci un po’ di casini in casa».
E la storia di quella fasciatura sulla schiena?
«Eh, allora? Mi è capitato di usarla anche in Italia, non capisco il problema visto che è stata autorizzata dalla Fifa. Avete presente Chivu, che usa il caschetto dopo l’infortunio alla testa? Non ne avrebbe bisogno, ma lo fa per stare più tranquillo:io lo stesso, mi sento più protetto».
Anche con quella difesa davanti, vero?
«Ho preso due gol nelle prime due partite perché dovevamo ancora sistemare qualcosina,poi abbiamo tirato giù la serranda. Anche quella è la nostra forza, un po’ com’era nell’Inter.Però ha ragione Dunga, è sbagliato dire che lui ha copiato Mourinho: è da quando fa il c.t., dunque da anni, che a noi chiede grande attenzione alla fase difensiva. E Lucio con lui è sempre stato un punto fermo: un leader che all’Inter ha portato la sua dose di esperienza e solidità».
Fra l’altro nelle ultime due partite è cresciuto molto.
«Visto come sta? Una belva, e con Juan si trova alla grande».
Gli sta spiegando anche come si ferma Sneijder?
«É un piccolo vantaggio che abbiamo: lo conosciamo bene. Anch’io, certo: sa quanti allenamenti dell’Inter finiscono con lui che mi ammazza di tiri in porta? A forza di provare a fermarlo, qualcosina ho imparato».
Basterà?
«Ecco, appunto: siccome di Wes sappiamo quasi tutto, sappiamo anche che se è nella giornata giusta puoi conoscerlo quanto vuoi, ma è pericoloso lo stesso. Per questo ho detto ai compagni anzitutto una cosa: di evitare il più possibile falli che gli regalino punizioni da dove dice lui».
E Robben?
«Lui ha un sinistro terribile, se gli dai mezzo metro per mirare la porta è molto difficile che sbagli: non bisogna concedergli gli spazi e la libertà di portarsi la palla sul piede giusto che gli hanno lasciato i difensori della Slovacchia».
Basterà?
«Spero di sì, ma di sicuro Robben avrà qualcosa in più: la rabbia per aver perso la finale di Champions League contro me, Maicon e Lucio. Ecco, mi sa tanto che cercherà di sfogarla tutta in questa partita contro il Brasile».
É la partita più difficile di quelle che avete giocato finora?
«Il Cile faceva paura, ma abbiamo trovato presto il modo giusto per spegnerli. Il Portogallo è una buona squadra, ma l’Olanda forse ha qualcosa di più. Anche perché credo che il meglio non lo abbia ancora fatto vedere».
Cosa vi ha detto Dunga?
«Li stiamo studiando, ma non servono i dvd per capire che sono una squadra diversa dal passato: più compatti, più concreti,molto forti da metà campo in su. Soprattutto, è gente abituata a risolvere le partite: arrivati a questo punto, conta anche quello».
Chi vince è quasi in finale?
«Chi vince è in semifinale: questo è un Mondiale dove non si può dare niente per scontato,mi pare».
E chi di voi dell’Inter dovesse vincere il Mondiale, poi vince anche il Pallone d’oro?
«Più lontano dell’11 luglio non vado: nel caso poi ci pensiamo,eh?».
E all’Inter ci pensa?
«L’Inter mi ha insegnato a vincere, arrivare al Mondiale dopo un’annata così vuol dire avere dentro una consapevolezza diversa: sentirsi più forti, senza sentirsi appagati. E comunque vada qui in Sudafrica, so che dopo le vacanze tornerò e avrò voglia di vincere la Supercoppa italiana, e poi quella europea, e poi il Mondiale per club».
É questa l’eredità che vi ha lasciato Mourinho?
«Sicuramente: un’eredità che adesso tocca a Benitez raccogliere, assieme a noi. Ma non mi pare il tipo da tirarsi indietro, quando si tratta di vincere».
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