Julio Cesar: «Le mani di Adri...e pure i miei piedi sullo scudetto»

20 febbraio 2009
Interviste
JulioCesarFans.com presenta in esclusiva la lunga e interessantissima intervista di Julio Cesar rilasciata alla Gazzetta dello Sport in edicola oggi.

 
 
Julio Cesar: «Le mani di Adri...e pure  i miei piedi sullo scudetto»

Il portiere scherza sui titoli post derby ed esalta
l’intervento su Inzaghi: «Una parata che valeva
un gol, per questo ho esultato pugni al cielo»
 

 

Un miracolo a Lecce, prestazione super contro l’Italia e di fatto vero uomo derby domenica scorsa.
Julio Cesar, scelga lei la perla della settimana.

«Sul colpo di testa di Stendardo ho fatto una delle più belle parate della mia carriera. E’ stato un attimo, istinto puro, ho visto tutto all’ultimo, mi sono lanciato sulla mia sinistra ed è andata bene. Ma se solo la palla fosse stata cinque centimetri più in là...».
Ha fatto di meglio nelle sua carriera?
«Resto legato alla deviazione su diagonale rasoterra di Torres,
roba di esattamente un anno fa, a Liverpool: un intervento spettacolare, tecnicamente perfetto, quasi irripetibile».
Dopo Brasile-Italia c’è stato un lungo abbraccio fra lei e Buffon: cosa vi siete detti?
«Gli ho detto di stare bene, di non fermarsi più, perché con lui in campo il campionato è un’altra cosa, è molto più bello ».
Per buona parte della critica è lei oggi il miglior portiere del mondo.
«Di queste cose non me ne frega niente...».
Beh, ci scuserà se non ci crediamo...
«Mi spiego meglio. I complimenti fanno piacere, ma certe classifiche sono figlie di cose troppo soggettive. Io vivo alla giornata, finita una partita penso subito a fare meglio in quella successiva. E’ così che non si rischiano pericolosi scivoloni. Mio padre mi ha sempre detto: qualsiasi lavoro fai, impegnati per essere il migliore. E io ogni giorno do il massimo in allenamento, e più che riconoscimenti ufficiali inseguo quelli della gente».
Si spieghi.
«Provo una gioia particolare quando giro per la città con la mia famiglia e ricevo i complimenti anche dei tifosi di Milan e Juventus. Vuol dire che vali come uomo, che trasmetti i giusti valori sportivi. Non ci sono premi paragonabili a queste sensazioni».
Pensa di essere simpatico anche a Inzaghi?
 «In effetti su di lui ho fatto una gran parata nel derby».
Intervento che ha festeggiato a pugni chiusi alzati verso il cielo.
«Valeva un gol, eravamo nel finale di partita e ci tenevamo troppo a vendicare il derby d’andata».
Il giorno dopo, i titoli erano tutti per... la mano di Adriano. Non avrebbe preferito leggere "le mani di Julio Cesar sullo scudetto"?
«Le mani e i piedi di Julio Cesar(ride), visto come ho parato il tiro di Inzaghi».
A volte ci pensa a quanta strada ha fatto da quando è arrivato in Italia?
«Nel 2005 ero uno sconosciuto. Giusto i patiti sapevano che giocavo nel Flamengo. In Italia sono maturato,tecnicamente e umanamente. La vostra scuola a livello di portieri è unica, straordinaria. Devo molto ai primi sei mesi passati nel Chievo».
Con Marchegiani?
«Con lui, Marcon e soprattutto il preparatore Graziano Vinci. Per esempio: nelle uscite a terra ero un disastro, in Brasile usavo solo i piedi, qui ho imparato a utilizzare le mani, ho completamente cambiato impostazione. Tecnicamente, il salto di qualità è stato notevole».
Che difetti ha oggi Julio Cesar?
«Penso che uno possa sempre migliorare. In particolare, mi piacerebbe saper guidare meglio la difesa. Parlo ancora troppo poco e invece dovrei aiutare di più i compagni di reparto».
Vede, in Italia, eredi di Buffon?
«Marchetti del Cagliari sta disputando una grandissima stagione. E’ completo, ha tecnica e fisico. E poi a me piace molto Castellazzi della Sampdoria, anche se non è più un ragazzino: poco appariscente, ma concreto, soprattutto quando incontra l’Inter».
Domani ritrovate Mihajlovic.Se l’aspettava così bravo da allenatore capo?
 «Per me è soprattutto un amico. Mi ha aiutato tanto, prima come compagno poi come vice di Mancini. Da lui ho imparato
come comportarmi all’interno di un grande club. Ha sempre cercato di indicarmi la strada giusta. Farà benissimo come tecnico. E’ capace e ha grande carisma. Non mi scorderò mai il primo contatto con lui...».
Ce lo racconta?
«Eravamo in Sardegna, pre-ritiro del 2005. Io non parlavo italiano, ero timidissimo, chiuso, e a parte gli argentini non conoscevo nessuno. Davvero! Contro Veron e compagni ci avevo giocato in nazionale, ma in generale nel mio tempo libero non ho mai guardato una partita, anche oggi è lo stesso. Mi ritrovo in partitella con Mihajlovic, e a un certo punto, non troppo convinto dal suo nome- Sinisa mi suonava strano - gli chiedo: "Scusa, come ti devo chiamare?". La risposta: "Chiamami come c... ti pare". Involontariamente gli avevo mancato di rispetto. Rimasi gelato e cimisi tre mesi prima di rivolgergli un’altra volta la parola». Il Manchester United è imbattibile? «Non prendono gol, vincono sempre. Chissà, magari stanno aspettando proprio noi per crollare...».
Perché il popolo nerazzurro deve essere ottimista?
«Sono forti, non ci sono dubbi, ma noi non siamo da meno. Si deve preoccupare anche il Manchester. L’Inter è un grande gruppo, maturo, capace di gestire al meglio le tensioni e i momenti più difficili».
Amauri è un suo amico: sceglierà il Brasile o l’Italia?
«Sull’argomento ho la mia idea, ma non la dico, altrimenti in Brasile succede un casino. Di certo, non vorrei essere nella sua situazione».
Adriano, Luis Fabiano, Pato e magari recuperate pure Ronaldo: c’è traffico là davanti.
«Non dimenticate Robinho...».
Quindi?
«Vabbé, vi dico quello che penso.
Io e Amauri siamo amici dai tempi del Chievo, le nostre famiglie si frequentano e sarei felicissimo di giocare con lui nella Seleçao. Però c’è da pensarci molto attentamente. In Italia lui è una certezza, mentre in Brasile deve conquistare ancora molto a livello di credibilità. Se sbaglia una gara con la maglia azzurra nessuno ne farebbe un dramma, perché tutti sanno cosa può dare. Un passo falso con il Brasile potrebbe invece
costargli un massacro mediatico e la fine del sogno mondiale».
Più chiaro di così.
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