JulioCesarFans.com vi propone in esclusiva la versione integrale dell'intervista pubblicata oggi sulla Gazzetta dello Sport
"Desideravo questa firma, grazie Inter. Ora parate che valgono come gol"
Nel giugno del 2014, alla fine del contratto appena (ri)firmato, Julio Cesar avrà quasi 35 anni, 9 di Inter e sarà uno dei portiere nerazzurri più fedeli di sempre: quasi una bandiera,comunque un simbolo. Molto prima del 2014, già oggi, per il suo presidente della Repubblica è il miglior portiere brasiliano di sempre; molto prima, magari il 24 novembre, Mourinho, dopo averlo già pronosticato per Eto’o, potrebbe parlare anche di un gol di Julio Cesar. Perché, dice il portiere, adesso che si sente finalmente interista a vita ricomincerà a «segnare» pure lui. Parate come gol. E ci può essere notte più giusta di quella di Barcellona?
Julio Cesar, che cosa porta un calciatore a scegliere una squadra praticamente per l’intera carriera?
«Desideravo molto questo prolungamento per tre motivi. Milano è una città che ha tutto quello che posso volere, tranne la spiaggia. Sono cresciuto nell’Inter e assieme all’Inter, arrivando qui al momento giusto: quello in cui si sono scoperti i mali del calcio italiano e in cui la società ha iniziato a raccogliere i frutti della sua crescita. Abbiamo vinto, ma possiamo vincere ancora: e non vedo motivazione più grande della Champions».
Il Man. United è stato una tentazione, come qualche tempo fa si poteva capire leggendo il blog di sua moglie Susana?
«Piacere a un club non significa avere una trattativa. In quei giorni stavo parlando con l’Inter del rinnovo e quel messaggio su Internet sembrò una cosa sbagliata nel momento sbagliato».
Si poteva tradurre con: Inter, rischi di perdere Julio Cesar?
«Nulla di premeditato,Susana scrisse quello che si diceva in Inghilterra: il portiere del Brasile e dell’Inter non ha bisogno di certe cose se ha davvero voglia di cambiare squadra».
Impressione: quest’anno non si è ancora visto il Julio Cesar dell’anno scorso.
«Mie impressioni, due. La prima: quando arrivi a un certo livello ci si aspetta sempre tanto, di più, ma a questo ero e sono preparato. La seconda: è vero che prima del rinnovo non mi sentivo del tutto tranquillo, in pace con me stesso. Non ci vuoi pensare, ti imponi di non farlo, però alla fine un po’ ci pensi: più che brutto è stato un periodo strano ed è per questo che ora spero si rivedrà il meglio di Julio Cesar».
Quando non si è visto?
«Contro il Catania e domenica su Vucinic: non è stato un vero errore, manon mi sono piaciuto: potevo fare di più».
Tipo una di quelle sue parate che valgono quanto un gol?
«Finora è successo solo con Di Natale e a Livorno sulla punizione di Candreva. Ma un po’ dipende anche dal fatto che quest’anno si lavora meno. Mou me lo dice sempre: "Julio, mi raccomando: basta una parata, massimo due". Bello, anche se poi, quando devi farne una in 90’, diventa la più difficile».
C’è meno da lavorare nonostante la difesa così alta?
«O anche per merito di quella: Mou la voleva dall’anno scorso, ci vuole un po’ per perfezionarla ma stiamo migliorando. E per il possesso palla che la vogliamo, il segreto è quello: più in alto e più velocemente la recuperi, più la tieni e meglio puoi usarla».
Vista da dietro: le sembra un’Inter di picchiatori?
«Non vedo un’Inter cattiva: la vedo dura il giusto, come richiesto dal calcio italiano».
Lei che ama studiare gli avversari, si sta concentrando più su Ibra o su Messi?
«Ibra diciamo che lo conosco abbastanza bene e Messi l’ho già affrontato 2-3 volte, dunque so cosa aspettarmi. Ma in realtà, cosa vuoi studiare? Loro improvvisano, possono inventare qualunque cosa».
A 19 anni lei aveva le stesse difficoltà di Balotelli e Santon?
«Io a 19 anni facevo il secondo al Flamengo, e si sa che un secondo portiere non gioca praticamente mai. Non sono nessuno per dare loro consigli: dico solo che sono forti e possono crescere ancora tanto, soprattutto se capiranno la fortuna di avere 19 anni ed essere nell’Inter».
E’ vero che il pericolo maggiore per un portiere è la noia?
«E annoiarsi come, con chi? Con Silvino (allenatore dei portieri, ndr)? Ogni giorno arriviamo alla Pinetina e non sappiamo cosa ci aspetta, perché il lavoro cambia in continuazione. Non cambia la concentrazione: con lui si ride, tanto, ma quando si lavora non si scherza».
Ma un portiere può giocare con un menisco lesionato come fa Buffon?
«Non so, io ho provato solo con gli adduttori in fiamme, roba da non riuscire a rinviare e scattare. Certo che un menisco...».
Nel 2014 che fa, se ne torna in Brasile?
«A quasi 35 anni si può parare ancora e magari avrò voglia di farlo per un altro paio di anni. Ma oggi non ne ho la più pallida idea».
Un giorno le piacerebbe insegnare qualche segreto a suo figlio Cauet?
«Buon piede sinistro, ma preferisce giocare fuori, non in porta. Farà quello che vorrà e io sinceramente non gli auguro di fare il portiere: pressione e responsabilità tutti i santi giorni, è un ruolo che esige la perfezione. E perfetto non è nessuno di noi».
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